Coronavirus: non è a ondate, ma “come un incendio a lungo termine”

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La situazione globale dei contagi da Covid-19 non sembra confermare quanto ipotizzato in precedenza sul legame con fattori climatici. La stagionalità del virus potrebbe anzi instaurarsi a distanza di anni.

Dall’insorgere dell’epidemia di Covid-19, gli esperti di tutto il mondo si sono interrogati su come potrebbe cambiare in futuro la diffusione del virus. Molti hanno ipotizzato che il nuovo coronavirus, come l’influenza stagionale, si sarebbe ritirato in estate per poi ricomparire in una seconda ondata grave in autunno. Ma alcuni epidemiologi si stanno scostando da questa idea, individuando nel virus una linea più costante anziché a ondate, che con il clima potrebbe non aver nulla a che fare.

Distribuzione geografica dei casi di Covid-19 cumulativi di 14 giorni segnalati per 100.000 abitanti, in tutto il mondo, fino al 5 agosto 2020. (ECDC Europa).

“Non ci sono prove che ci sarà una diminuzione dei casi, un declino”, ha riferito l’epidemiologo Michael Osterholm –  direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy (CIDRAP) in Minnesota – a Business Insider. “Continuerà a bruciare, un po’ come un incendio boschivo in cerca di legna da ardere”. Lo stesso Osterholm aveva contribuito alla stesura di un rapporto ad aprile su una possibile seconda ondata in autunno, considerata l’ipotesi più probabile, sulla scia dell’influenza spagnola del 1918 e dell’epidemia di influenza H1N1 del 2009. L’evoluzione del virus sembra poi essersi avvicinata ad uno scenario diverso dalle “ondate” previste, anche se in disaccordo con quanto affermato dalla portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) Margaret Harris, secondo la quale invece si verificherà una “seconda grande ondata”.

In un grafico del CIDRAP sull’evoluzione futura del Covid-19 sono stati mostrati tre scenari possibili. Uno di questi suggerisce che la prima ondata di infezioni potrebbe essere seguita da un ciclo di picchi e cali durante l’estate differenti a seconda dell’area geografica e del periodo. Il secondo scenario prevede una grande ondata autunnale, mentre il terzo un lento declino della diffusione del virus dopo il grande picco primaverile.

I tre scenari possibili per le future ondate di coronavirus secondo il gruppo CIDRAP.
(Business Insider).

“Ad aprile stavamo ancora cercando di capire se si trattasse di una pandemia in cui avremmo visto vere ondate – in cui si vede un grande aumento dei casi e poi una depressione e poi una seconda ondata più grande per ragioni completamente al di là del comportamento umano – come accaduto storicamente con altre pandemie influenzali”, ha affermato. Invece, la pandemia tende ad essere più simile ad “un incendio a lungo termine”, con continui “picchi e cali in luoghi diversi e momenti diversi”.

Nella comune influenza e nei virus respiratori che conosciamo, il rivestimento protettivo del virus tende a resistere maggiormente con le temperature fredde, diventando vulnerabile con il caldo. Ciò consente una trasmissione notevolmente inferiore durante le stagioni calde, rendendo i virus appunto stagionali. Come la comune influenza,il nuovo coronavirus si diffonde attraverso le goccioline che le persone emettono quando tossiscono, starnutiscono o parlano, ed entrambi i virus possono essere trasmessi anche quando le persone infette non mostrano sintomi. Queste caratteristiche hanno reso le pandemie influenzali del passato un modello primario di confronto, ma il nuovo coronavirus si sta comportando diversamente, il che non lo rende identificabile come virus stagionale.

Distribuzione dei casi di Covid-19 per continente al 5 agosto 2020. (ECDC Europa).

Secondo Rachel Baker, ricercatrice presso l’Istituto ambientale di Princeton, il nuovo coronavirus non è legato alle stagioni perché ancora alla fase iniziale. “Siamo all’inizio della pandemia, quando un nuovo virus sta emergendo in una popolazione che non l’ha mai avuta prima. Quindi la mancanza di immunità della popolazione diventa un fattore chiave di diffusione e all’inizio il clima non ha molta importanza”, ha affermato. La sua recente ricerca dimostra infatti che il caldo limita la diffusione di un virus soltanto dopo che gran parte della popolazione ha sviluppato un’immunità o una resistenza alle infezioni.

È comunque possibile che il coronavirus si allinei con un tipico schema stagionale, secondo Baker, “con un picco nei mesi invernali, dopo circa due o tre anni e in concomitanza con lo sviluppo di un vaccino”.

Articolo di Erika del 05 Agosto 2020 alle ore 17:03

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