Il punto Nemo: cosa c’è nel “deserto” del Pacifico (a parte i resti di veicoli spaziali)?

Nel luogo più remoto del pianeta si sono sviluppate forme di vita capaci di resistere a condizioni fisico-chimiche estreme.

Esiste un luogo nel sud dell’Oceano Pacifico estremamente remoto, considerato un deserto in termini di biologia marina, nonché “cimitero” di veicoli spaziali. È il punto Nemo, il polo oceanico dell’inaccessibilità che segna il punto dell’oceano più lontano da qualsiasi terra emersa. Si trova nel cuore del South Pacific Gyre (SPG), il più grande tra i cinque sistemi di corrente oceanica più grandi del pianeta, e occupa il 10% circa dell’oceano.

Le acque desolate del Punto Nemo offrono un territorio ostile per la vita organica, che è considerata estremamente scarsa a causa di diversi fattori, che includono la distanza dalle terre emerse – e dalle fonti di nutrimento, gli alti livelli di raggi UV e la concentrazione di correnti vorticose che isolano il gyre dal resto dell’oceano. A causa della lontananza estrema e dell’estensione – l’area ricopre circa 37 milioni di chilometri quadrati, conoscere le forme di vita che popolano questo deserto oceanico rappresenta un’enorme sfida.

Nel 2016 una spedizione di ricerca internazionale guidata dal Max Planck Institute for Marine Microbiology ha raccolto nuove importanti informazioni sulla vita sconosciuta nell’SPG, navigando per 7.000 km dal Cile alla Nuova Zelanda. I ricercatori sono riusciti a campionare popolazioni microbiche in acque profonde fino a 5.000 metri, trovando 20 principali specie batteriche dominanti, che avevano già riscontrato in altri sistemi gyre oceanici.

“Con nostra sorpresa, abbiamo trovato circa un terzo in meno di cellule nelle acque superficiali del Pacifico meridionale rispetto ai gyre oceanici nell’Atlantico”, ha affermato l’ecologo microbico Bernhard Fuchs, uno dei ricercatori. Probabilmente, spiega Fuchs, parliamo del numero di cellule più basso mai registrato nelle acque oceaniche di superficie.

La distribuzione di queste comunità microbiche varia principalmente a seconda della profondità dell’acqua  e alcune popolazioni risultavano particolarmente numerose nelle acque superficiali dell’SPG. Ciò suggerisce una potenziale capacità di adattamento alle acque ultraoligotrofiche – a bassa produttività biologica – e all’elevato irraggiamento solare, spiega la microbiologa Greta Reintjes, membro del team. Nel complesso, l’area si è confermata un habitat unico, dove la scarsa disponibilità di nutrienti limita la crescita degli organismi a specie oligotrofiche che si sono adattate a “condizioni fisico-chimiche estreme”.

In sostanza, la fama di deserto oceanico non può essere del tutto smentita, se non per la presenza di questi batteri e per i detriti provenienti dai veicoli spaziali. Il punto Nemo, per la sua lontananza dalle terre emerse e dalle specie viventi, è infatti scelto come coordinata di rientro per veicoli e satelliti destinati alla distruzione, che una volta attraversata l’atmosfera terrestre finiscono in resti incandescenti proiettati nel punto più remoto dell’oceano.

Articolo di Erika del 14 Gennaio 2020 alle ore 20:18

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