Incendi USA: le cause che stanno portando la California a “bruciare un pezzo alla volta”

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Non solo il cambiamento climatico. Una serie di fattori hanno contribuito nella storia del paese a creare le condizioni ideali per lo sviluppo di incendi sempre più devastanti e incontrollabili.

Gli incendi nella costa occidentale degli Stati Uniti sono diventati ormai un avvenimento che a cadenza annuale minaccia milioni di ettari di territorio, talvolta – come quest’anno – costringendo centinaia di migliaia di persone ad evacuare le loro abitazioni. La ferocia di questi incendi cresce anno dopo anno, alimentata dal cambiamento climatico, ma non solo. Quest’anno le fiamme hanno colpito aree vastissime della California, coinvolgendo boschi ma anche centri abitati, e arrivando addirittura a tingere il cielo di rosso, in uno scenario apocalittico immortalato e diffuso ampiamente sui social.

Il ritorno annuale degli incendi nella West Coast è un fenomeno determinato da una serie di fattori, primo fra tutti la siccità, che da 20 anni a questa parte colpisce sistematicamente la regione. Il progressivo aumento delle temperature legato al cambiamento climatico ha giocato un ruolo primario, rendendo gli incendi sempre più vasti e indomabili. Il mese di agosto per la California è stato letteralmente infernale, con picchi di 54,4 °C, la temperatura più alta registrata del secolo in tutto il mondo. Nonostante la frequenza degli incendi nella regione, molti esperti ritengono che quelli degli ultimi anni siano i più gravi mai registrati. Basti pensare che dei 20 incendi peggiori della storia moderna del paese 6 si sono verificati nel 2020.

Il clima, però, non è il solo fattore a scatenare i roghi nell’area ogni estate. Anche la conformazione del territorio e il modo unico in cui si è sviluppato nel tempo hanno influito sugli eventi degli ultimi due decenni. Ne parla Francesco Costa nel suo libro “Questa è l’America”, dove descrive i cambiamenti fondamentali che hanno coinvolto gli Stati Uniti negli ultimi 20 anni e gli avvenimenti che hanno reso il paese com’è adesso.

Costa cita in primo luogo la massiccia deforestazione che agli inizi del Novecento interessò soprattutto il Nord della California, dove si pensò a fare spazio per gli impianti di estrazione dell’oro e per il trattamento del legno, che in quel periodo diventò un prodotto particolarmente ambito. Intorno agli anni ’70, grazie a leggi estremamente permissive, queste aree dove prima c’erano solo foreste si trasformarono in vere e proprie città.

La progressiva urbanizzazione del territorio vide il rimpiazzo di numerose specie di alberi con edifici e monocolture di alberi destinati alla produzione di legname, annientando così la grande eterogeneità della vegetazione, ma soprattutto impiegando sempre più spazio per tipologie di piante più fragili ed esposte agli incendi. La copertura arborea di buona parte della California divenne così “una grande scatola di fiammiferi”, scrive Costa, “come ammonivano gli incendi che di tanto in tanto lambivano la città”.

Una serie di falle nelle infrastrutture e la mancanza di progetti volti a preservare il territorio dal rischio di incendi fu ciò che serviva per creare terreno fertile per roghi incontrollati, alimentati da crescenti fenomeni di siccità. La risposta del paese al pericolo si limitò alla gestione dei disastri una volta avvenuti, investendo cifre irrisorie nella prevenzione, ma al contempo impiegando milioni di dollari nell’assunzione di vigili del fuoco e nell’acquisto di mezzi ed equipaggiamenti di ogni genere. Divenne un enorme complesso industriale, dove la gestione delle foreste e la protezione dei bacini idrici fu ampiamente sacrificata.

La scintilla che portò al “disastro inevitabile” fu la Pacific Gas and Electric Company (PG&E), la società energetica della regione, che negli anni collezionò una serie di negligenze e azioni corrotte. Decenni di cattiva gestione e gravi danni ambientali – nel 2010 esplose una conduttura di gas mai riparata, decine di abitazioni furono distrutte dalle fiamme – attirarono le proteste degli abitanti e di attivisti, come la famosa Erin Brockovich.

L’episodio più emblematico avvenne nel novembre 2018, quando il vento forte e la lunga siccità crearono le condizioni ideali per un possibile incendio. Diversamente da quanto previsto dalle pratiche antincendio più comuni, la PG&E decise di non sospendere la fornitura di energia elettrica, innescando un pericoloso effetto a catena che costò la vita a 85 persone e danni per oltre 15 miliardi di dollari. Le raffiche di vento di 80 km/h causarono la caduta di un grosso cavo dell’alta tensione direttamente sugli alberi: le fiamme divamparono con estrema rapidità, creando il caos in tutta la contea. Fu il peggiore incendio  della storia della California e il più grave in tutti gli USA dal 1918 – i giornali lo chiamarono “Camp Fire”, con oltre 600 km quadrati di territorio rasi al suolo.

La siccità, il cambiamento climatico, la mancanza di attività di prevenzione e l’incuria delle foreste sono causa ogni anno di incendi devastanti nella California per tutto il periodo estivo e oltre. Anno dopo anno il bilancio peggiora: nel 2015 è andato in fumo lo 0,5% della superficie dello Stato, nel 2016 lo 0,6%, nel 2017 l’1,3%, nel 2018 l’1,8%. Il 2019 è stato l’anno del “Walker Fire”, visibile dalle immagini scattate dallo spazio, e quest’anno, per l’ennesima volta, la California brucia imperterrita, un pezzo alla volta.

Articolo di Erika del 14 Settembre 2020 alle ore 18:27

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