Si chiamano “birthstrikers” e non fanno figli a causa del cambiamento climatico

Il movimento di protesta nasce dalla volontà di attirare l’attenzione sull’urgenza della crisi climatica, che sta modificando il modo in cui molti giovani vedono il futuro.

 

 

Non si tratta di un movimento antinatalista, né di un’azione voluta per scoraggiare le persone dall’avere figli o condannare coloro che ne hanno già. Birthstrike è un movimento nato dalla necessità di comunicare l’urgenza della crisi climatica, un “riconoscimento radicale di come la minaccia esistenziale sta già modificando il modo in cui immaginiamo il nostro futuro”. Con queste parole la 33enne Blythe Pepino, motiva la scelta di una crescente comunità di persone di non procreare in risposta al prossimo “collasso climatico e della civiltà”.

Il fenomeno di protesta è nato dopo che la Pepino ha scoperto che altre donne, specialmente quelle in ambienti più sensibili ai cambiamenti climatici, condividevano le stesse preoccupazioni sul mettere al mondo dei figli in un contesto di incertezza ambientale globale. Il movimento ha coinvolto donne in tutto il mondo, soprattutto nel Regno Unito, ma anche uomini. È stata la deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez a dar voce al movimento, sottolineando la diffusa inazione dei governi. “I giovani sono spinti a porsi una domanda legittima: va ancora bene avere figli?”.

La speranza del movimento non è di intervenire sulle scelte individuali, ma di attirare l’attenzione sul problema climatico nel mondo condividendo questa drastica decisione e di poter essere in tal modo un catalizzatore per il cambiamento positivo. “Non cerchiamo di risolvere le cose con il birthstrike. Cerchiamo di far recepire il messaggio”, ha dichiarato Pepino. D’altra parte l’esponente sottolinea un altro punto fondamentale: la riduzione demografica si è dimostrata una strategia inefficace. Uno studio del 2017 pubblicato dalla National Academy of Science degli Stati Uniti lo conferma. Secondo i dati rilevati, persino l’imposizione di politiche del figlio unico in tutto il mondo ed eventi catastrofici di mortalità non basterebbero a ridurre significativamente la popolazione globale entro il 2100. “In realtà”, afferma Pepino, “anche con politiche drastiche, draconiane, eugenetiche di riduzione della popolazione – che sono completamente immorali, non ci salveremmo. Dobbiamo cambiare il modo in cui viviamo. I risultati più immediati per la sostenibilità emergeranno da politiche e tecnologie che annullano l’aumento del consumo di risorse naturali”.

Articolo di Erika del 13 Aprile 2019 alle ore 10:37

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